George Weah compie 60 anni: il Pallone d’Oro dai numeri quasi normali
George Weah compie oggi 60 anni. Il dato anagrafico fa già un certo effetto, almeno per chi continua a ricordarlo mentre prende il pallone nella propria area di rigore, attraversa tutto il campo, resiste a qualsiasi tentativo di abbattimento e segna contro il Verona uno dei gol più famosi nella storia della Serie A.
Era l’8 settembre 1996. Weah aveva da poco conquistato il Pallone d’Oro e quella corsa sembrò spiegare perfettamente perché.
Potenza, eleganza, velocità, controllo del pallone. Tutto insieme, per quasi cento metri.
Poi ci sono i numeri.
Con il Milan, George Weah disputò 147 partite e segnò 58 gol in tutte le competizioni. In Serie A furono 46 in 114 presenze. Una media di 0,40 gol a partita: più che rispettabile, naturalmente, ma non esattamente quella che ci si aspetterebbe da un attaccante arrivato in Italia con la fama di essere il migliore del mondo.
Weah, del resto, non superò mai i 13 gol in un singolo campionato italiano.
Non per questo fu meno importante.
Il (primo) Pallone d’Oro (africano) sbarca a Milano
Quando il Milan lo acquistò dal Paris Saint-Germain nell’estate del 1995, Weah aveva già 28 anni ed era reduce dalla stagione che lo avrebbe portato alla conquista del Pallone d’Oro e del FIFA World Player of the Year.
Fu il primo calciatore africano a vincere il premio di France Football e, ancora oggi, rimane l’unico. Il riconoscimento premiava quanto aveva mostrato soprattutto in Francia e nelle competizioni europee, ma arrivò materialmente quando Weah indossava ormai la maglia rossonera.
In Italia non si presentò come una scommessa esotica né come un talento da formare. Era già George Weah.
Nella prima stagione segnò 11 gol in 26 partite di campionato e vinse immediatamente lo Scudetto con il Milan di Fabio Capello. L’anno successivo arrivò a 13 reti, il suo massimo in Serie A, nonostante la squadra precipitasse fino all’undicesimo posto.
Seguirono i 10 gol della stagione 1997/98, gli 8 dello Scudetto conquistato con Alberto Zaccheroni nel 1998/99 e gli ultimi 4 prima della partenza per il Chelsea, nel gennaio del 2000.
Il totale dice 46. Una cifra curiosamente moderata per un giocatore che nella memoria collettiva sembra avere segnato ogni volta che partiva in campo aperto.
I numeri raccontano tutto?
Probabilmente no.
Weah non era un centravanti immobile in attesa del pallone dentro l’area. Poteva giocare spalle alla porta, allargarsi, accompagnare l’azione, saltare un avversario o cominciare una progressione quando la porta era ancora molto lontana. A volte lontanissima, come avrebbe scoperto il Verona.
Era un attaccante costruito per occupare gli spazi e crearne di nuovi. In un campionato pieno di difese basse, marcature individuali e specialisti del fallo tattico, riusciva comunque a produrre la sensazione che qualcosa potesse accadere ogni volta che riceveva il pallone.
I 46 gol in Serie A, peraltro, arrivarono senza il sostegno dei rigori. Non era il giocatore incaricato di gonfiare le proprie statistiche dal dischetto, dettaglio non secondario quando si confrontano i numeri dei grandi attaccanti.
Ma soprattutto Weah non ebbe bisogno di segnare venticinque gol a stagione per diventare indimenticabile. Gli bastarono alcune azioni.
Il coast to coast contro il Verona è rimasto il manifesto, ma non fu un caso isolato. C’erano le accelerazioni che costringevano i difensori a girarsi e inseguirlo, i gol segnati resistendo fisicamente agli avversari, la capacità di trasformare un pallone apparentemente innocuo in un’occasione.
La sua fama non nacque dalla ripetizione. Nacque dall’impressione lasciata.
Due Scudetti molto diversi
Weah vinse due campionati con il Milan, in due momenti quasi opposti della storia rossonera.
Quello del 1995/96 fu l’ultimo Scudetto del primo ciclo di Capello, conquistato da una squadra ancora piena dei campioni che avevano dominato in Italia e in Europa. Weah arrivò per sostituire Marco van Basten anche nell’immaginario, compito francamente poco invidiabile, e contribuì immediatamente alla vittoria.
Il titolo del 1998/99 fu diverso. Il Milan di Zaccheroni partì senza essere considerato il principale favorito e costruì la rimonta sulla Lazio nelle giornate finali. Il centravanti principale era Oliver Bierhoff, autore di 19 gol; Weah si fermò a 8, meno della metà.
Eppure giocò 26 partite, tutte da titolare, aggiungendo movimento, esperienza e una presenza offensiva che non può essere ridotta alle reti segnate.
Anche questa, in fondo, è una parte della sua storia italiana: Weah è stato spesso più grande dei propri numeri senza che i numeri fossero piccoli.
Dalla Champions mai giocata al Mondiale mai raggiunto
La carriera di Weah contiene anche due grandi assenze.
Non vinse mai la Champions League, nonostante fosse stato il miglior marcatore della competizione nel 1994/95 con il Paris Saint-Germain. E non riuscì mai a giocare un Mondiale con la Liberia.
Per la propria nazionale fu attaccante, capitano, finanziatore e, in alcuni momenti, praticamente qualsiasi cosa servisse. La Liberia arrivò a un solo punto dalla qualificazione al Mondiale del 2002, ma rimase fuori.
Forse anche queste mancanze hanno contribuito a rendere Weah una figura diversa dalle altre. Il suo posto nella storia non dipende dalla collezione perfetta di trofei. È legato al percorso compiuto: da Monrovia all’Europa, dal Monaco di Arsène Wenger al Paris Saint-Germain, dal Milan al Pallone d’Oro.
E poi dal campo alla politica.
Il secondo tempo di George Weah
Weah cominciò la propria carriera politica poco dopo essersi ritirato dal calcio. Nel 2005 si candidò alla presidenza della Liberia, perdendo al ballottaggio contro Ellen Johnson Sirleaf. Il suo enorme consenso popolare non bastò e gli avversari ne sottolinearono soprattutto l’inesperienza e il percorso di studi ancora incompleto.
Non abbandonò però il progetto.
Nel 2014 venne eletto senatore della contea di Montserrado, quella della capitale Monrovia, ottenendo il 78% dei voti. Tre anni dopo si presentò nuovamente alle elezioni presidenziali e questa volta vinse: il 22 gennaio 2018 George Weah divenne presidente della Liberia.
Da Pallone d’Oro a capo dello Stato. Non una carica simbolica, non l’ingresso nella dirigenza di una federazione e neppure il solito incarico da ambasciatore assegnato a una vecchia gloria: presidente della Repubblica.
Il suo mandato è durato sei anni ed è stato inevitabilmente più complicato di una progressione contro il Verona. Weah aveva promesso di combattere la povertà e la corruzione e rivendicò gli investimenti realizzati nelle infrastrutture, nelle strade e nell’elettrificazione del Paese. La sua amministrazione fu però criticata per le difficoltà economiche, per le riforme non completate e per non avere mantenuto una parte delle aspettative che ne avevano accompagnato l’elezione.
Nel 2023 cercò la conferma, ma venne sconfitto al ballottaggio da Joseph Boakai: 50,64% contro 49,36%. Riconobbe la sconfitta prima ancora della proclamazione definitiva, consentendo una nuova transizione pacifica in un Paese segnato da decenni di colpi di Stato e guerre civili.
Anche la sua carriera politica, insomma, non può essere raccontata attraverso un risultato soltanto.
Il giocatore che valeva più dei gol
A 60 anni George Weah rimane l’unico Pallone d’Oro africano, un ex presidente della Repubblica e uno degli attaccanti più riconoscibili degli anni Novanta.
In Serie A segnò meno di quanto la sua leggenda potrebbe far pensare: 46 reti, mai più di 13 in una stagione. Ma ridurre Weah a quei numeri sarebbe come raccontare il gol contro il Verona limitandosi a scrivere che il Milan passò in vantaggio.
Tecnicamente è corretto. Manca quasi tutto il resto.
Su RetroFC puoi ritrovare George Weah nelle sue stagioni italiane. Potrebbe capitarti il Pallone d’Oro appena arrivato a Milano, quello dei 13 gol oppure il campione più esperto del secondo Scudetto.
Il nome lo conosci già. La stagione, naturalmente, no.
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